Moda

Sensorflex by Timberland

Comoda e flessibile la collezione SensorFlex Kenniston di Timberland si distingue per il design classico e allo stesso tempo si allontana dai canoni tradizionali.

La linea si distingue, oltre che per il sistema SensorFlex, per le suole bianche in EVA stampate a iniezione; leggere e resistenti, attuali, ispirate allo street style, creano un netto contrasto con le colorazioni della tomaia. Il camoscio e le pelli di eccellente qualità sono forniti da concerie sostenibili certificate ‘Silver Rated’ dal Leather Working Group e donano alla collezione una finitura di prestigio.

La collezione Kenniston si adatta non solo all’ambiente, ma anche al look di chi le indossa, passando senza problema da uno stile casual a uno stile smart. I quattro modelli sono disponibili nelle versioni blu, marrone e grigia e nella tipica tonalità Timberland, il ‘wheat’, pronti per essere abbinati ai capi preferiti del guardaroba. I modelli Chelsea e Oxford richiamano la tradizione calzaturiera britannica, rivisitati e resi attuali dalle innovative tecnologie SensorFlex e OrthoLite. Le Hiker, che presentano le stesse caratteristiche di innovazione, attingono dalla tradizione Timberland, mentre lo stivaletto 6-inch stringato in nabuk ripropone l’iconico modello giallo in un contesto attuale.

Timberland, infatti, ha immaginato una linea che comprende articoli per ogni occasione, la SensorFlex Kenniston, una soluzione versatile per affrontare giornate imprevedibili con il massimo della comodità. L’innovativa tecnologia SensorFlex di Timberland si basa su una suola a tre strati intelligenti, perfettamente adattabile, che garantisce comfort e versatilità a ogni passo. Lo strato superiore più rigido sostiene e stabilizza il piede, lo strato secondario in EVA assorbe gli urti e gli impatti e lo strato esterno, dotato di scanalature flessibili, aumenta la trazione. Tre strati capaci di adattarsi a qualsiasi terreno e a qualsiasi ambiente, perfetti per affrontare le sfide della vita in città.

Benessere

Troppi cesarei in Italia: il Ministro interviene: nuove linee guida e vigilanza dei NAS

Morire di parto E’ incredibile, ma accade ancora. Sebbene il numero dei decessi in Italia sia sensibilmente calato dagli anni Settanta ad oggi, il dato desta comunque la preoccupazione del Ministero della Salute. Solo l’anno scorso, uno studio della rivista Lancet promuoveva la nostra nazione come “il Paese con il più basso rapporto di mortalità materna al mondo”, con 4 morti su 100mila parti.

Dopo pochi mesi,  il dato è stato confutato da una ricerca dell’Istituto superiore di Sanità e dal Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie, che denuncia  una sottostima del 63%: invece di  4 casi, si tratterebbe precisamente di 6,4 ogni 100mila. L’indagine ha rivelato anche che il rischio aumenta quando la donna supera i 35 anni d’età, quando si tratta di cittadine straniere,  in caso di basso livello di istruzione e se si è avuto un parto cesareo, poiché si tratta pur sempre di un intervento chirurgico. In questo caso, il rischio di mortalità materna è tre volte superiore a quello di un parto spontaneo, anche in considerazione della eventuale patologia che lo abbia reso necessario.

Il dato seriamente allarmante  tuttavia resta la tendenza mondiale in progressivo aumento a preferire il cesareo d’elezione, anche in mancanza reali motivi di salute. Nel 2008 si è toccato il picco del 38% di cesarei sul totale dei parti, da confrontare con i valori degli altri Paesi europei,  che si attestano sul 20-25%. La situazione presenta inoltre una grande variabilità regionale, con proporzioni maggiori al sud: la regione con la percentuale più alta è la Campania, con il 62%.

In seguito ad una segnalazione dell’Agenas, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che ha avanzato l’ipotesi di “un’utilizzazione opportunistica del parto cesareo non basata su reali condizioni cliniche”,  il Ministro della Salute Renato Balduzzi ha disposto l’intervento dei carabinieri dei NAS, al fine di controllare, con indagini a campione su tutto il territorio nazionale mediante acquisizione di cartelle cliniche e documenti ecografici delle pazienti, le eventuali utilizzazioni non appropriate del parto cesareo nelle strutture sanitarie pubbliche e private accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale.

Il Ministero ha inoltre stimato che “circa la metà delle morti materne rilevate potrebbe essere evitata  grazie a migliori standard assistenziali”. A tale scopo sono state pubblicate le nuove Linee guida, questa volta rivolte sia ai professionisti, sia all’intera società. Divise in 13 capitoli, arricchite da 21 quesiti e 59 raccomandazioni,  partono da una premessa tanto semplice quanto fondamentale: “Se non vi sono controindicazioni, il parto naturale è preferibile al cesareo sia per il benessere della donna che del bambino”.  Il documento prosegue poi con l’individuazione di soli quattro casi in cui il ricorso al parto cesareo diviene necessario: quando il feto è in posizione podalica nonostante le manovre esterne effettuate dal medico sotto controllo ecografico; quando la placenta copre parzialmente o interamente il passaggio del feto nel canale del parto (placenta previa); quando la madre è diabetica e il peso del feto supera i 4 chili e mezzo; quando sussiste il pericolo di trasmissione di malattie infettive. Il parto gemellare è da valutare caso per caso.

Le nuove Linee guida infine sottolineano l’importanza del sostegno emotivo da parte di una persona di fiducia alla partoriente durante il travaglio.

Benessere

Telemedicina: Italia pronta al collaudo

Uno strumento innovativo per offrire ai pazienti un’assistenza migliore e più efficiente grazie all’uso delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (ICT), in grado di trasferire istantaneamente dati, segnali e immagini tra pazienti e personale medico.

Lo sviluppo della tecnologia satellitare per la telemedicina ha origini lontane, risale agli anni Settanta e alla necessità da parte della NASA di monitorare a distanza i parametri fisiologici degli astronauti. La diffusione capillare di Internet e i progressi tecnologici e scientifici che da allora si sono susseguiti, hanno reso i costi più contenuti e consentito così di pensare ad un’applicazione pubblica di questo straordinario strumento.

L’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) ha investito 12 milioni di euro in un progetto di sperimentazione per il sistema italiano di medicina satellitare Telesal. Le regioni interessate sono undici: Friuli, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Umbria, Abruzzo, Puglia, Campania, isole toscane e Sicilia. I test, conclusi positivamente a fine gennaio, riguardavano diversi ambiti: ambulanze, assistenza domiciliare, pratiche amministrative, ricerca.  Il progetto infatti prevede, fra le altre utilità, l’impiego di cinque ambulanze in grado di organizzare l’assistenza in coordinazione con il 118, terminali per la telemedicina da installare su navi e aerei e veicoli mobili per analisi a tappeto sulla popolazione.

Attualmente Telesal riguarda esclusivamente il settore della mobilità e della rilocabilità di apparecchiature trasportabili, quali ad esempio ospedali da campo per aree di crisi, e servizi in zone isolate o rurali non servite da reti di telecomunicazioni fisse come località montane o isole. Ciò nondimeno si può facilmente prevedere che tali applicazioni in futuro verranno integrate nel Sistema Sanitario Nazionale in modo da offrire ai pazienti un servizio più efficiente in ogni settore medico.

Innegabili i vantaggi nel campo logistico ed economico; si può ritenere ormai superato anche il dubbio della validità metodologica sul piano clinico, in quanto già da anni si è dimostrata l’affidabilità dei sistemi di teleconsulto; resta la perplessità circa una sostanziale svalutazione del rapporto medico-paziente, qualora non si tratti di emergenza o ricerca, bensì della possibilità di sottoporre i referti diagnostici agli specialisti per via telematica,  senza ricorrere a spostamenti fisici di medico o paziente. Si tratta di una questione da non sottovalutare, considerata la fondamentale importanza di tale rapporto in certe situazioni specifiche: basti pensare a malattie oncologiche o pediatriche.

Va in ogni caso sottolineato che limitare gli spostamenti dei pazienti ridurrebbe tempi e costi e garantirebbe un’assistenza sanitaria uguale per tutti sul territorio nazionale.