Benessere

Troppi cesarei in Italia: il Ministro interviene: nuove linee guida e vigilanza dei NAS

Morire di parto E’ incredibile, ma accade ancora. Sebbene il numero dei decessi in Italia sia sensibilmente calato dagli anni Settanta ad oggi, il dato desta comunque la preoccupazione del Ministero della Salute. Solo l’anno scorso, uno studio della rivista Lancet promuoveva la nostra nazione come “il Paese con il più basso rapporto di mortalità materna al mondo”, con 4 morti su 100mila parti.

Dopo pochi mesi,  il dato è stato confutato da una ricerca dell’Istituto superiore di Sanità e dal Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie, che denuncia  una sottostima del 63%: invece di  4 casi, si tratterebbe precisamente di 6,4 ogni 100mila. L’indagine ha rivelato anche che il rischio aumenta quando la donna supera i 35 anni d’età, quando si tratta di cittadine straniere,  in caso di basso livello di istruzione e se si è avuto un parto cesareo, poiché si tratta pur sempre di un intervento chirurgico. In questo caso, il rischio di mortalità materna è tre volte superiore a quello di un parto spontaneo, anche in considerazione della eventuale patologia che lo abbia reso necessario.

Il dato seriamente allarmante  tuttavia resta la tendenza mondiale in progressivo aumento a preferire il cesareo d’elezione, anche in mancanza reali motivi di salute. Nel 2008 si è toccato il picco del 38% di cesarei sul totale dei parti, da confrontare con i valori degli altri Paesi europei,  che si attestano sul 20-25%. La situazione presenta inoltre una grande variabilità regionale, con proporzioni maggiori al sud: la regione con la percentuale più alta è la Campania, con il 62%.

In seguito ad una segnalazione dell’Agenas, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che ha avanzato l’ipotesi di “un’utilizzazione opportunistica del parto cesareo non basata su reali condizioni cliniche”,  il Ministro della Salute Renato Balduzzi ha disposto l’intervento dei carabinieri dei NAS, al fine di controllare, con indagini a campione su tutto il territorio nazionale mediante acquisizione di cartelle cliniche e documenti ecografici delle pazienti, le eventuali utilizzazioni non appropriate del parto cesareo nelle strutture sanitarie pubbliche e private accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale.

Il Ministero ha inoltre stimato che “circa la metà delle morti materne rilevate potrebbe essere evitata  grazie a migliori standard assistenziali”. A tale scopo sono state pubblicate le nuove Linee guida, questa volta rivolte sia ai professionisti, sia all’intera società. Divise in 13 capitoli, arricchite da 21 quesiti e 59 raccomandazioni,  partono da una premessa tanto semplice quanto fondamentale: “Se non vi sono controindicazioni, il parto naturale è preferibile al cesareo sia per il benessere della donna che del bambino”.  Il documento prosegue poi con l’individuazione di soli quattro casi in cui il ricorso al parto cesareo diviene necessario: quando il feto è in posizione podalica nonostante le manovre esterne effettuate dal medico sotto controllo ecografico; quando la placenta copre parzialmente o interamente il passaggio del feto nel canale del parto (placenta previa); quando la madre è diabetica e il peso del feto supera i 4 chili e mezzo; quando sussiste il pericolo di trasmissione di malattie infettive. Il parto gemellare è da valutare caso per caso.

Le nuove Linee guida infine sottolineano l’importanza del sostegno emotivo da parte di una persona di fiducia alla partoriente durante il travaglio.

Benessere

Telemedicina: Italia pronta al collaudo

Uno strumento innovativo per offrire ai pazienti un’assistenza migliore e più efficiente grazie all’uso delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (ICT), in grado di trasferire istantaneamente dati, segnali e immagini tra pazienti e personale medico.

Lo sviluppo della tecnologia satellitare per la telemedicina ha origini lontane, risale agli anni Settanta e alla necessità da parte della NASA di monitorare a distanza i parametri fisiologici degli astronauti. La diffusione capillare di Internet e i progressi tecnologici e scientifici che da allora si sono susseguiti, hanno reso i costi più contenuti e consentito così di pensare ad un’applicazione pubblica di questo straordinario strumento.

L’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) ha investito 12 milioni di euro in un progetto di sperimentazione per il sistema italiano di medicina satellitare Telesal. Le regioni interessate sono undici: Friuli, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Umbria, Abruzzo, Puglia, Campania, isole toscane e Sicilia. I test, conclusi positivamente a fine gennaio, riguardavano diversi ambiti: ambulanze, assistenza domiciliare, pratiche amministrative, ricerca.  Il progetto infatti prevede, fra le altre utilità, l’impiego di cinque ambulanze in grado di organizzare l’assistenza in coordinazione con il 118, terminali per la telemedicina da installare su navi e aerei e veicoli mobili per analisi a tappeto sulla popolazione.

Attualmente Telesal riguarda esclusivamente il settore della mobilità e della rilocabilità di apparecchiature trasportabili, quali ad esempio ospedali da campo per aree di crisi, e servizi in zone isolate o rurali non servite da reti di telecomunicazioni fisse come località montane o isole. Ciò nondimeno si può facilmente prevedere che tali applicazioni in futuro verranno integrate nel Sistema Sanitario Nazionale in modo da offrire ai pazienti un servizio più efficiente in ogni settore medico.

Innegabili i vantaggi nel campo logistico ed economico; si può ritenere ormai superato anche il dubbio della validità metodologica sul piano clinico, in quanto già da anni si è dimostrata l’affidabilità dei sistemi di teleconsulto; resta la perplessità circa una sostanziale svalutazione del rapporto medico-paziente, qualora non si tratti di emergenza o ricerca, bensì della possibilità di sottoporre i referti diagnostici agli specialisti per via telematica,  senza ricorrere a spostamenti fisici di medico o paziente. Si tratta di una questione da non sottovalutare, considerata la fondamentale importanza di tale rapporto in certe situazioni specifiche: basti pensare a malattie oncologiche o pediatriche.

Va in ogni caso sottolineato che limitare gli spostamenti dei pazienti ridurrebbe tempi e costi e garantirebbe un’assistenza sanitaria uguale per tutti sul territorio nazionale.

Benessere

I 5 più grandi rimpianti delle persone in punto di morte

Vi siete mai chiesti quale sarebbe il vostro più grande rimpianto se oggi fosse il vostro ultimo giorno di vita? Cosa vorreste aver fatto, cosa vi pentireste di non aver mai provato?

Bronnie Ware, un’infermiera australiana nella rete delle Cure Palliative per i malati terminali, che assisteva i moribondi nelle loro ultime 12 settimane, ha riportato per anni le loro ultime parole e desideri in un blog intitolato “Inspiration and Chai” che ha avuto un seguito talmente grande da convincerla a scrivere un libro intitolato “I 5 più grandi rimpianti dei morenti”.

Quando la Ware ha chiesto ai suoi pazienti di eventuali rammarichi, o su qualcosa che avrebbero fatto diversamente, sono venuti fuori molti temi comuni. Nessun accenno al non aver fatto più sesso o a non avere provato a fare sport estremi, ma il rimorso di non aver speso più tempo con la propria famiglia, coltivato le amicizie o cercato con più accortezza la via della felicità.

Questi i cinque più comuni rimpianti, secondo la testimonianza dell’infermiera:

5. Vorrei essere stato capace di rendermi più felice.

“Questo è un sorprendentemente comune a tutti. Molti non si rendono conto, finché non è tardi, che la felicità è una scelta. Sono rimasti bloccati nelle loro abitudini e nella routine. Il cosiddetto ‘comfort’ di familiarità si è espanso anche alle loro emozioni, perfino ad un livello fisico. La paura del cambiamento li fa fingere con gli  altri e mentire a se stessi, convincendosi di essere contenti, quando nel profondo,  non desideravano che ridere a crepapelle e un po’ di infantilità nella loro vita. ”

4. Vorrei esser rimasto in contatto con i miei amici.

“Spesso non sono riusciti ad apprezzare quale privilegio magnifico fosse avere dei vecchi amici se non nelle loro ultime settimane e non sempre era stato possibile rintracciarli. Molti erano così concentrati sulle proprie vite che hanno perso per strada delle amicizie d’oro nel corso degli anni. Molti rimpiangevano profondamente di non aver dato alle amicizie il tempo e lo sforzo che si meritavano. Ognuno sente la mancanza dei propri amici quando sta morendo.”

3. Vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti.

“Molte persone sopprimono i loro sentimenti in modo da mantenere il quieto vivere con gli altri. Di conseguenza, si accontentano di un’esistenza mediocre e non diventano mai chi erano realmente in grado di divenire. Come risultato, amarezza e risentimento diventano delle malattie che si sviluppano dentro. ”

2. Vorrei non aver lavorato così duramente.

“Questo è venuto fuori da ogni paziente di sesso maschile che ho assistito. Si sono persi l’infanzia dei loro figli e la compagnia dei propri partner. Anche alcune donne hanno menzionato questo rimpianto, ma come se fossero di una vecchia generazione, molti dei pazienti di sesso femminile non erano stati capifamiglia. Tutti gli uomini che ho curato hanno rimpianto profondamente l’aver trascorso così tanto della loro esistenza a dedicarsi sfrenatamente al lavoro. ”

1. Vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita come volevo io, non quella che gli altri si aspettavano da me.

“Questo il rammarico più comune per tutti. Quando le persone si rendono conto che la loro vita è quasi finita e ripensano ad essa tirando le somme, è facile rendersi conto di quanti sogni sono rimasti insoddisfatti. La maggior parte delle persone non aveva realizzato nemmeno la metà dei loro sogni e doveva morire con la consapevolezza che era a causa di scelte che aveva compiuto. La salute offre una libertà di cui in pochi si rendono conto, fino a quando non la perdono.”

La Ware testimonia di come le persone alla fine della propria vita acquisiscano un’incredibile lucidità di visione e che noi tutti potremmo imparare dalla loro saggezza.

Come diceva il poeta Henry David Thoreau: “Vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto”.

Viviamo. Prima che sia troppo tardi.