Bellezza

I tagli capelli medi per l’estate 2018

L’estate 2018 si sta avvicinando e non ci si può far trovare impreparati. Uno dei punti su cui bisogna approfondire ed informarsi è sicuramente quello delle acconciature.

Per venirvi incontro in questo articolo si parlerà dei migliori tagli capelli medi da sfoggiare nei mesi estivi di quest’anno. Sono state scelte le acconciature più di tendenza, ideali da proporre in spiaggia e durante le proprie vacanze.

Prima di procedere con i tagli capelli medi, c’è un aspetto da mettere in luce: indipendentemente dalla lunghezza della chioma, quest’anno va di tendenza il messy, ovvero il disordinato. Questo non significa evitare di ritoccare in alcun modo la acconciatura, ma semplicemente che un look sbarazzino, non eccessivamente disordinato, potrebbe essere la scelta ideale come acconciatura per l’estate 2018.

Tra i tagli medi per i mesi estivi del 2018 una delle acconciature preferite è il caschetto. Il caschetto, definito talvolta anche bob, è un taglio tradizionale, che sembra non voler mai passare di moda. Esso può essere proposto nella sua versione tradizionale, o anche nella versione rivisitata, ad esempio con una frangetta più aggressiva.

Il caschetto medio è una pettinatura che si addice anche al messy, potendo in questo caso un lieve disordine contribuire ad avere una acconciatura originale e fresca.

Coloro che partono da una chioma lunga e che vogliono semplicemente accorciare i loro capelli, senza dar loro un taglio netto, possono puntare sul lob. Questo termine viene utilizzato per indicare il long bob, ovvero il caschetto lungo. Esso è di fatto un caschetto classico e l’unica differenza da questa acconciatura sta nella lunghezza dei capelli, che è leggermente maggiore rispetto al bob.

I tagli capelli medi possono essere arricchiti e personalizzati con il cosiddetto bold fringe. Esso consiste nel scegliere di completare l’acconciatura con una frangia molto vistosa, che talvolta potrebbe addirittura sembrare fuori luoghi rispetto al resto della pettinatura, avendo quest’ultima uno stile diverso.

Giocare con la frangia non è sempre semplice, ma farlo nel modo corretto ed essere in grado anche di osare nella giusta misura può contribuire ad ottenere un risultato finale eccezionale, meritevole di diventare addirittura fonte di ispirazione.

Un’altra caratteristica dei tagli capelli medi di moda quest’anno e che sarà riproposta anche per i mesi estivi del 2018 è la scalatura. La tendenza sembra quella di proporre dei tagli che siano fortemente scalati, allontanandosi dall’idea che un taglio per essere in ordine e perfetto debba necessariamente essere scelto fra i tagli pari.

Moda

Sensorflex by Timberland

Comoda e flessibile la collezione SensorFlex Kenniston di Timberland si distingue per il design classico e allo stesso tempo si allontana dai canoni tradizionali.

La linea si distingue, oltre che per il sistema SensorFlex, per le suole bianche in EVA stampate a iniezione; leggere e resistenti, attuali, ispirate allo street style, creano un netto contrasto con le colorazioni della tomaia. Il camoscio e le pelli di eccellente qualità sono forniti da concerie sostenibili certificate ‘Silver Rated’ dal Leather Working Group e donano alla collezione una finitura di prestigio.

La collezione Kenniston si adatta non solo all’ambiente, ma anche al look di chi le indossa, passando senza problema da uno stile casual a uno stile smart. I quattro modelli sono disponibili nelle versioni blu, marrone e grigia e nella tipica tonalità Timberland, il ‘wheat’, pronti per essere abbinati ai capi preferiti del guardaroba. I modelli Chelsea e Oxford richiamano la tradizione calzaturiera britannica, rivisitati e resi attuali dalle innovative tecnologie SensorFlex e OrthoLite. Le Hiker, che presentano le stesse caratteristiche di innovazione, attingono dalla tradizione Timberland, mentre lo stivaletto 6-inch stringato in nabuk ripropone l’iconico modello giallo in un contesto attuale.

Timberland, infatti, ha immaginato una linea che comprende articoli per ogni occasione, la SensorFlex Kenniston, una soluzione versatile per affrontare giornate imprevedibili con il massimo della comodità. L’innovativa tecnologia SensorFlex di Timberland si basa su una suola a tre strati intelligenti, perfettamente adattabile, che garantisce comfort e versatilità a ogni passo. Lo strato superiore più rigido sostiene e stabilizza il piede, lo strato secondario in EVA assorbe gli urti e gli impatti e lo strato esterno, dotato di scanalature flessibili, aumenta la trazione. Tre strati capaci di adattarsi a qualsiasi terreno e a qualsiasi ambiente, perfetti per affrontare le sfide della vita in città.

Benessere

Troppi cesarei in Italia: il Ministro interviene: nuove linee guida e vigilanza dei NAS

Morire di parto E’ incredibile, ma accade ancora. Sebbene il numero dei decessi in Italia sia sensibilmente calato dagli anni Settanta ad oggi, il dato desta comunque la preoccupazione del Ministero della Salute. Solo l’anno scorso, uno studio della rivista Lancet promuoveva la nostra nazione come “il Paese con il più basso rapporto di mortalità materna al mondo”, con 4 morti su 100mila parti.

Dopo pochi mesi,  il dato è stato confutato da una ricerca dell’Istituto superiore di Sanità e dal Centro nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie, che denuncia  una sottostima del 63%: invece di  4 casi, si tratterebbe precisamente di 6,4 ogni 100mila. L’indagine ha rivelato anche che il rischio aumenta quando la donna supera i 35 anni d’età, quando si tratta di cittadine straniere,  in caso di basso livello di istruzione e se si è avuto un parto cesareo, poiché si tratta pur sempre di un intervento chirurgico. In questo caso, il rischio di mortalità materna è tre volte superiore a quello di un parto spontaneo, anche in considerazione della eventuale patologia che lo abbia reso necessario.

Il dato seriamente allarmante  tuttavia resta la tendenza mondiale in progressivo aumento a preferire il cesareo d’elezione, anche in mancanza reali motivi di salute. Nel 2008 si è toccato il picco del 38% di cesarei sul totale dei parti, da confrontare con i valori degli altri Paesi europei,  che si attestano sul 20-25%. La situazione presenta inoltre una grande variabilità regionale, con proporzioni maggiori al sud: la regione con la percentuale più alta è la Campania, con il 62%.

In seguito ad una segnalazione dell’Agenas, Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali, che ha avanzato l’ipotesi di “un’utilizzazione opportunistica del parto cesareo non basata su reali condizioni cliniche”,  il Ministro della Salute Renato Balduzzi ha disposto l’intervento dei carabinieri dei NAS, al fine di controllare, con indagini a campione su tutto il territorio nazionale mediante acquisizione di cartelle cliniche e documenti ecografici delle pazienti, le eventuali utilizzazioni non appropriate del parto cesareo nelle strutture sanitarie pubbliche e private accreditate con il Servizio Sanitario Nazionale.

Il Ministero ha inoltre stimato che “circa la metà delle morti materne rilevate potrebbe essere evitata  grazie a migliori standard assistenziali”. A tale scopo sono state pubblicate le nuove Linee guida, questa volta rivolte sia ai professionisti, sia all’intera società. Divise in 13 capitoli, arricchite da 21 quesiti e 59 raccomandazioni,  partono da una premessa tanto semplice quanto fondamentale: “Se non vi sono controindicazioni, il parto naturale è preferibile al cesareo sia per il benessere della donna che del bambino”.  Il documento prosegue poi con l’individuazione di soli quattro casi in cui il ricorso al parto cesareo diviene necessario: quando il feto è in posizione podalica nonostante le manovre esterne effettuate dal medico sotto controllo ecografico; quando la placenta copre parzialmente o interamente il passaggio del feto nel canale del parto (placenta previa); quando la madre è diabetica e il peso del feto supera i 4 chili e mezzo; quando sussiste il pericolo di trasmissione di malattie infettive. Il parto gemellare è da valutare caso per caso.

Le nuove Linee guida infine sottolineano l’importanza del sostegno emotivo da parte di una persona di fiducia alla partoriente durante il travaglio.

Benessere

Telemedicina: Italia pronta al collaudo

Uno strumento innovativo per offrire ai pazienti un’assistenza migliore e più efficiente grazie all’uso delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (ICT), in grado di trasferire istantaneamente dati, segnali e immagini tra pazienti e personale medico.

Lo sviluppo della tecnologia satellitare per la telemedicina ha origini lontane, risale agli anni Settanta e alla necessità da parte della NASA di monitorare a distanza i parametri fisiologici degli astronauti. La diffusione capillare di Internet e i progressi tecnologici e scientifici che da allora si sono susseguiti, hanno reso i costi più contenuti e consentito così di pensare ad un’applicazione pubblica di questo straordinario strumento.

L’Agenzia Spaziale Italiana (ASI) ha investito 12 milioni di euro in un progetto di sperimentazione per il sistema italiano di medicina satellitare Telesal. Le regioni interessate sono undici: Friuli, Valle d’Aosta, Lombardia, Veneto, Umbria, Abruzzo, Puglia, Campania, isole toscane e Sicilia. I test, conclusi positivamente a fine gennaio, riguardavano diversi ambiti: ambulanze, assistenza domiciliare, pratiche amministrative, ricerca.  Il progetto infatti prevede, fra le altre utilità, l’impiego di cinque ambulanze in grado di organizzare l’assistenza in coordinazione con il 118, terminali per la telemedicina da installare su navi e aerei e veicoli mobili per analisi a tappeto sulla popolazione.

Attualmente Telesal riguarda esclusivamente il settore della mobilità e della rilocabilità di apparecchiature trasportabili, quali ad esempio ospedali da campo per aree di crisi, e servizi in zone isolate o rurali non servite da reti di telecomunicazioni fisse come località montane o isole. Ciò nondimeno si può facilmente prevedere che tali applicazioni in futuro verranno integrate nel Sistema Sanitario Nazionale in modo da offrire ai pazienti un servizio più efficiente in ogni settore medico.

Innegabili i vantaggi nel campo logistico ed economico; si può ritenere ormai superato anche il dubbio della validità metodologica sul piano clinico, in quanto già da anni si è dimostrata l’affidabilità dei sistemi di teleconsulto; resta la perplessità circa una sostanziale svalutazione del rapporto medico-paziente, qualora non si tratti di emergenza o ricerca, bensì della possibilità di sottoporre i referti diagnostici agli specialisti per via telematica,  senza ricorrere a spostamenti fisici di medico o paziente. Si tratta di una questione da non sottovalutare, considerata la fondamentale importanza di tale rapporto in certe situazioni specifiche: basti pensare a malattie oncologiche o pediatriche.

Va in ogni caso sottolineato che limitare gli spostamenti dei pazienti ridurrebbe tempi e costi e garantirebbe un’assistenza sanitaria uguale per tutti sul territorio nazionale.

Tecnologia

A 50 anni da “Primavera silenziosa”, come sta l’ambiente?

Sono passati 50 anni da quando Rachel Carson (1907-1964), biologa e zoologa americana, riuscì a pubblicare Silent Spring (Primavera silenziosa). Era il 1962, e da  allora in molti lo hanno segnato come anno di nascita dell’ambientalismo moderno e della consapevolezza del fatto che l’azione degli uomini sta danneggiando in maniera progressiva l’ambiente naturale, nel quale gli individui e le collettività umane vivono. Da allora, la “coscienza verde” ha fatto progressi, ma lo sfruttamento dell’ambiente e l’inquinamento del pianeta Terra è continuato fino a mettere in pericolo il futuro delle prossime generazioni.

 

Rachel Carson nacque a Springdale, in Pennsylvania, nel 1907. Come biologa insegnò presso la John Hopkins University e anche all’Università del Maryland, continuando il lavoro di ricercatrice in un laboratorio di biologia marina nel Massachusetts.

Nella seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso, si interessò dell’uso dei nuovi pesticidi, in modo particolare del famoso DDT, di cui ben presto scoprì gli effetti dannosi sulla catena alimentare e biologica.

I risultati delle sue ricerche, e il “grido d’allarme” che suscitarono riguardo l’effetto grave e irreversibile dei pesticidi sull’ambiente naturale, furono raccolti nel suo libro Silent Spring (Primavera silenziosa) a cui lavorò per tanti anni, riuscendo a vederlo pubblicato nel 1962.

Un episodio, in particolare, risultò emblematico: per liberare dalle zanzare il distretto di Clear Lake  in California negli anni dell’immediato dopoguerra, la zona interessata fu trattata con grandi quantità di DDT.

Diversi anni dopo, gli studiosi scoprirono che nel plancton e nel pesce di tutta la zona la concentrazione della sostanza chimica era diventata rispettivamente di centinaia e migliaia di volte superiore a quella rintracciata nell’acqua. Negli uccelli che mangiavano pesci, la concentrazione aumentò addirittura di decine di migliaia di volte e gli animali non si riprodussero più.

L’innaturale “primavera silenziosa”, provocata dall’irresponsabile uso dei prodotti chimici, fu il segnale drammatico che la studiosa statunitense rese pubblico con il suo libro sull’inquinamento delle terre e delle acque e il conseguente degrado dell’ambiente naturale, umano e sociale.

La sua denuncia si scontrò con i forti interessi costituiti dalle potenti multinazionali che producevano i prodotti chimici messi sotto accusa. La coraggiosa studiosa e ricercatrice subì molti attacchi pubblici, che tentarono di mettere in dubbio le sue competenze e i risultati dei suoi studi.

Il suo libro-testimonianza, comunque, divenne un best seller della letteratura scientifica mondiale e non mancarono i riconoscimenti da parte del mondo accademico.

Ammalatasi di cancro, la Carson morì nel 1964, all’età di 56 anni. Anni dopo, la messa al bando del DDT e di altri prodotti chimici pericolosi furono il postumo riconoscimento – assieme alla Medaglia Presidenziale della Libertà del 1980 – del suo impegno per la salvaguardia dell’ambiente naturale e per la tutela della salute umana, messa in pericolo dall’azione di quegli uomini e di quei gruppi industriali che producono – in modo irresponsabile e pensando al solo profitto del loro “business” – prodotti che avvelenano, con effetti talvolta irreversibili, l’ambiente naturale e il presente e il futuro degli esseri umani e di tutte le specie viventi.

A distanza di 50 anni da Primavera silenziosa e dall’impegno della sua coraggiosa autrice, come sta l’ambiente?

La crisi ambientale è una delle emergenze più gravi della scena sociale, politica ed economica dei nostri tempi.

Il “global warming”, il surriscaldamento globale dovuto all’”effetto serra” prodotto dalle eccessive emissioni di CO2 dovute alle attività inquinanti della produzione industriale; l’inquinamento delle terre e delle acque e l’enorme produzione di rifiuti, anche tossici, causati dall’insensato ritmo dello sviluppo socio-economico scelto per il raggiungimento del benessere materiale; l’esplosione demografica che rende ancora più grave lo sfruttamento infinito di un pianeta dalle risorse finite: queste le principali “voci” del degrado ambientale in atto.

Lo “stile di vita” occidentale, che ormai è diventato il modello sociale ed economico mondiale, rende difficile la presa di coscienza di una crisi che può mettere in discussione la qualità della vita, se non addirittura la stessa sopravvivenza degli esseri umani sul pianeta Terra.

La necessità di un nuovo equilibrio tra economia, ecologia ed equità sociale, nel rispetto delle diverse culture umane, ha prodotto di recente il concetto di “sviluppo sostenibile”, vale a dire di quell’agire economico e sociale che opera nel rispetto dell’ambiente naturale.

La “green economy”, la pratica economica e di politica industriale che cerca di imporsi come nuova strategia nella produzione e nel consumo, in armonia con gli equilibri dell’ecosistema globale, sta ottenendo molti consensi.

Gli stati nazionali e le istituzioni della governance mondiale, tuttavia, incontrano molte difficoltà nell’implementare queste pratiche nel tradizionale assetto produttivistico e consumistico globale, che da troppo tempo è percepito come il  modo “naturale” di produrre, consumare e vivere nella vita quotidiana dei cittadini del mondo.

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Homo Sapiens 2.0: i nativi digitali e la cultura del futuro

E’ meglio farsene una ragione e cercare di capire il fenomeno. Una nuova fase dell’evoluzione della specie umana sta caratterizzando da diversi decenni la vita e la cultura sul pianeta Terra: è l’Homo Sapiens 2.0. Si tratta di “una specie in via di apparizione” –  come l’ha definita lo studioso Paolo Ferri, nel suo libro Nativi digitali (Ed. Bruno Mondadori) – parlando delle generazioni nate nella cultura digitale.
A differenza di noi immigranti digitali, che cerchiamo con fatica di adeguare la cultura di Gutenberg a quella dominata da Internet, la comunicazione dei nativi digitali è improntata alla produzione e condivisione delle forme e dei contenuti culturali, in un’interazione continua realizzata attraverso le “protesi tecnologiche” – iPad, Smartphone, Tablet – che usano fin dalla più tenera età.

Sembrano passati dei secoli – e forse, nella dimensione spazio-temporale dominata dalla tecnologia contemporanea, è proprio così – da quando a metà degli anni Novanta del secolo scorso Nicholas Negroponte, nel suo libro Beeing Digital (Essere digitali), ci annunciava l’alba di un nuovo mondo, dominato dall’informazione digitale.

Dalla possibilità/capacità “sincronica” di comunicare e scambiarsi informazioni alla presenza di “microchip” nei più svariati oggetti usati nella vita quotidiana delle persone – dai giocattoli ai computer palmari, fino alla comunicazione “wireless”, senza fili – la produzione e lo scambio dei prodotti culturali sarebbe cambiata per sempre.

Ma se è vero – come ci avvertiva il sociologo della comunicazione Marshall McLuhan – che “il mezzo è il messaggio”, allora è cambiata anche la nostra vita, la formazione e l’interiorizzazione della nostra identità, perché ciò che facciamo e quello che siamo assumono significati del tutto diversi a seconda dei “mezzi” che usiamo per realizzare la nostra vita individuale e sociale.

La comunicazione interattiva effettuata in “tempo reale” e l’uso dei Media digitali – dai blog ai social network come Facebook e Twitter – permette ai nativi digitali di vivere continuamente “connessi” alla Rete Telematica Globale.

E’ un mutamento epocale che cambia l’essere umano non soltanto nel suo agire nella società, ma anche nella visione del suo essere al mondo.

I pericoli nascosti in questo mutamento sociale e culturale della specie umana, che alcuni studiosi di scienze umane hanno tematizzato nei loro studi più recenti, sono costituiti soprattutto dai possibili processi di “de-realizzazione” e “de-socializzazione”, causati dall’uso esasperato e generalizzato dei mezzi tecnologici nella “digitalizzazione” della vita quotidiana.

La vita e la cultura attuale, e ancora di più quella che realizzeremo nel prossimo futuro, ci permetterà di conoscere una “quantità” enorme di oggetti e persone per via “virtuale”, con una perdita di “qualità” nella conoscenza del mondo “reale” da non sottovalutare.

Ci piaccia o meno il futuro digitale dell’umanità, le trasformazioni di cui abbiamo parlato sono in atto e avranno effetti irreversibili sul pensiero e la vita degli esseri umani.

All’insegna di una “cultura dell’innovazione” responsabile e critica, è importante comprendere bene, quindi, ciò che sta accadendo agli uomini e al mondo, per cercare – nei modi e nelle forme in cui è possibile – di governare il cambiamento e indirizzarlo verso finalità rispettose della “natura” più profonda dell’uomo e dell’ambiente naturale nel quale si rappresenterà la sua esistenza futura.

Benessere

I 5 più grandi rimpianti delle persone in punto di morte

Vi siete mai chiesti quale sarebbe il vostro più grande rimpianto se oggi fosse il vostro ultimo giorno di vita? Cosa vorreste aver fatto, cosa vi pentireste di non aver mai provato?

Bronnie Ware, un’infermiera australiana nella rete delle Cure Palliative per i malati terminali, che assisteva i moribondi nelle loro ultime 12 settimane, ha riportato per anni le loro ultime parole e desideri in un blog intitolato “Inspiration and Chai” che ha avuto un seguito talmente grande da convincerla a scrivere un libro intitolato “I 5 più grandi rimpianti dei morenti”.

Quando la Ware ha chiesto ai suoi pazienti di eventuali rammarichi, o su qualcosa che avrebbero fatto diversamente, sono venuti fuori molti temi comuni. Nessun accenno al non aver fatto più sesso o a non avere provato a fare sport estremi, ma il rimorso di non aver speso più tempo con la propria famiglia, coltivato le amicizie o cercato con più accortezza la via della felicità.

Questi i cinque più comuni rimpianti, secondo la testimonianza dell’infermiera:

5. Vorrei essere stato capace di rendermi più felice.

“Questo è un sorprendentemente comune a tutti. Molti non si rendono conto, finché non è tardi, che la felicità è una scelta. Sono rimasti bloccati nelle loro abitudini e nella routine. Il cosiddetto ‘comfort’ di familiarità si è espanso anche alle loro emozioni, perfino ad un livello fisico. La paura del cambiamento li fa fingere con gli  altri e mentire a se stessi, convincendosi di essere contenti, quando nel profondo,  non desideravano che ridere a crepapelle e un po’ di infantilità nella loro vita. ”

4. Vorrei esser rimasto in contatto con i miei amici.

“Spesso non sono riusciti ad apprezzare quale privilegio magnifico fosse avere dei vecchi amici se non nelle loro ultime settimane e non sempre era stato possibile rintracciarli. Molti erano così concentrati sulle proprie vite che hanno perso per strada delle amicizie d’oro nel corso degli anni. Molti rimpiangevano profondamente di non aver dato alle amicizie il tempo e lo sforzo che si meritavano. Ognuno sente la mancanza dei propri amici quando sta morendo.”

3. Vorrei aver avuto il coraggio di esprimere i miei sentimenti.

“Molte persone sopprimono i loro sentimenti in modo da mantenere il quieto vivere con gli altri. Di conseguenza, si accontentano di un’esistenza mediocre e non diventano mai chi erano realmente in grado di divenire. Come risultato, amarezza e risentimento diventano delle malattie che si sviluppano dentro. ”

2. Vorrei non aver lavorato così duramente.

“Questo è venuto fuori da ogni paziente di sesso maschile che ho assistito. Si sono persi l’infanzia dei loro figli e la compagnia dei propri partner. Anche alcune donne hanno menzionato questo rimpianto, ma come se fossero di una vecchia generazione, molti dei pazienti di sesso femminile non erano stati capifamiglia. Tutti gli uomini che ho curato hanno rimpianto profondamente l’aver trascorso così tanto della loro esistenza a dedicarsi sfrenatamente al lavoro. ”

1. Vorrei aver avuto il coraggio di vivere una vita come volevo io, non quella che gli altri si aspettavano da me.

“Questo il rammarico più comune per tutti. Quando le persone si rendono conto che la loro vita è quasi finita e ripensano ad essa tirando le somme, è facile rendersi conto di quanti sogni sono rimasti insoddisfatti. La maggior parte delle persone non aveva realizzato nemmeno la metà dei loro sogni e doveva morire con la consapevolezza che era a causa di scelte che aveva compiuto. La salute offre una libertà di cui in pochi si rendono conto, fino a quando non la perdono.”

La Ware testimonia di come le persone alla fine della propria vita acquisiscano un’incredibile lucidità di visione e che noi tutti potremmo imparare dalla loro saggezza.

Come diceva il poeta Henry David Thoreau: “Vivere con saggezza, vivere in profondità e succhiare tutto il midollo della vita, per sbaragliare tutto ciò che non era vita e non scoprire, in punto di morte, di non aver vissuto”.

Viviamo. Prima che sia troppo tardi.

Famiglia

IMU- La tassa che ci tartassa

La primavera è in fin arrivata, spazzando così la fredda aria dell’ormai trascorso inverno. Ora sole e giornate fresche e miti da padron la faran, ma dietro l’angolo la nuova tassa dunque ci aspetta.

La famigerata nuova tassa, che di nuovo ha ben poco, se non il nome, ha gettato nel caos la popolazione italiana. Nessuno riesce più a barcamenarsi in questo groviglio di informazioni. Come pagarla, come calcolarla, quali aliquote si dovranno considerare?

 

Facciamo un passo indietro, spiegando nel dettaglio questo supplizio di tantalo: IMU altro non è che l’Imposta Municipale Unica sugli immobili istituita in Italia nel 2011 con D.Legs 23/2011. All’inizio con decorrenza dal 2014, ma poi anticipata al 2012 dal Decreto Monti per le misure anti-crisi.

L’IMU, altri non è che la vecchia ICI, abolita nel 2007, reintroducendo l’imposta sui patrimoni immobiliari.

La nuova tassa viene applicata sul posseso degli immobili, compresa l’abitazione principale, L’imposta è fissata nel decreto Monti ad una aliquota  dello 0,76% e un’aliquota ridotta dello 0.4% pe rl’abitazione principale.

Ai Comuni è riconosciuta la facoltà di modificare entrambe le aliquote al ribasso o al rialzo di 0,3 punti percentuali sull’aliquota ordinaria e di 0,2 punti percentuali sull’aliquota ridotta.

Al momento i Comuni non hanno preso una decisione ufficiale sulle aliquote, così il pagamento della prima rata , che avverrà il 18 Giugno 2012, potrà essere effettuato sulla base delle aliquote standard a livello nazionale, tramite emendamento al decreto, decisione presa dal governo dopo l’allarme ipotizzato dai CAF, i centri che aiutano i contribuenti nella compilazione delle dichiarazioni.

Infatti, in una lettera indirizzata al sottosegretario all’Economia Ceriani, la consulta che li riunisce aveva espresso “preoccupazione e disagio” per la mescolanza delle informazioni, dopo che, proprio nel decreto fiscale era stato fissato un nuovo termine, ossia il 30 Settembre, per quanto concerne la deliberazione sulle aliquote.

Il Presidente della Consulta dei Caf, Valeriano Canepari, ha proposto due possibili soluzioni a questi disagi:

1) il rinvio della scadenza di giugno;

2) l’adozione in forma ufficiale della possibilità di pagamento provvisorio.

Quale, dunque, la scelta del Governo? La seconda opzione.

Ovviamente, le eventuali maggiorazioni andranno poi a scaricarsi sul saldo di dicembre.

L’unica certezza è che dobbiamo pagare una non precisata cifra, e questo non farà altro che impoverire le già povere tasche degli italiani. indaffarati nella ricerca e nel mantenimento di un lavoro.

Cosa ci resta da fare? Sperare che dopo la tempesta torni il sereno

Famiglia

Cos’è la “social card”?

Il decreto “Semplifica Italia” prevede la sperimentazione di una nuova social card, destinata alle famiglie in disagio economico. Affiancherà la ‘vecchia’ carta acquisti del 2008 (Social card ordinaria) che, nel frattempo, continuerà a essere distribuita: 40 euro al mese per circa un milione e 300mila cittadini. La gestione della nuova social card sarà affidata ai Comuni con più di 250 mila abitanti, avrà durata di un anno e potrà contare su risorse per 50 milioni di Euro, prese dal fondo generale della Social card ordinaria.

 

Con la Carta si possono anche avere sconti nei negozi convenzionati  che sostengono il programma Carta Acquisti, si potrà accedere direttamente alla tariffa elettrica agevolata e si potranno ottenere altri benefici e agevolazioni che sono in corso di studio.
La Carta Acquisti viene concessa agli anziani di età superiore o uguale ai 65 anni o ai bambini di età inferiore ai tre anni (in questo caso il Titolare della Carta è il genitore) che siano in possesso di particolari requisiti.
I Ministeri del Lavoro e Politiche sociali e quello dell’Economia e delle Finanze definiranno, entro tre mesi, i criteri di identificazione dei soggetti che potranno utilizzare la nuova carta acquisti e l’ammontare della disponibilità.

Ci sono tre novità principali rispetto alla Social card del 2008:

  • Saranno i Comuni con più di 250 mila abitanti a fare da intermediari nella distribuzione della carta acquisti. Sono quindi coinvolte le 12 città italiane di maggiori dimensioni: Milano, Torino, Venezia, Verona, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Catania e Palermo. Gli enti del terzo settore saranno coinvolti nella gestione di progetti mirati all’inserimento lavorativo e all’inclusione sociale, sviluppati in collaborazione con le amministrazioni locali. Il coinvolgimento dei Comuni punta a vincolare il rilascio della card a un progetto personalizzato per i beneficiari – in gergo tecnico di “empowerment” – secondo una logica di aiuto al superamento dello stato di difficoltà, e non di mero mantenimento.
  • Mentre la ‘vecchia’ carta acquisti è destinata solo agli italiani, la nuova social card andrà a beneficio anche dei cittadini comunitari (purché dell’area Schengen) e dei cittadini extracomunitari titolari di un “permesso CE per soggiornanti di lungo periodo” (la cosiddetta “carta di soggiorno”).
  • L’importo accreditato sulla singola carta non sarà uguale per tutti i beneficiari, come per la vecchia carta acquisti. Sarà invece differenziato in funzione del nucleo familiare e del costo della vita nei Comuni coinvolti.

Per rendere possibile la valutazione della sperimentazione, in vista di una sua possibile generalizzazione come politica di contrasto alla povertà assoluta, ai Comuni coinvolti sono imposti precisi compiti informativi.

Famiglia

Fisco e tasse: al via il Redditometro 2013

Lunedì post-ferragosto, molti italiani tornano al lavoro e così pure l’Agenzia delle Entrate, pronta a dare il via al sistema del “redditometro” che, terminato un periodo di prova e rodaggio, entra in funzione oggi. Si tratta del controllo incrociato tra redditi e consumi che evidenzi disparità e, quindi, possibili evasioni fiscali. Il periodo preso in esame dal Fisco sarà quello degli ultimi 4 anni.
Il sistema sarà in grado di ricostruire le spese “certe” per l’Erario, collegato con oltre cento banche dati oltre che a tutti i principali istituti bancari: la soglia che farà scattare l’attenzione e gli accertamenti sarà quella del +20% tra spese sostenute e redditi dichiarati. 
Già a settembre, secondo i responsabili dell’Agenzia, si potrebbero diramare le prime “convocazioni” di cittadini chiamati a spiegare le sopravvenute anomalie.
Proprio nel giorno dell’avvio dei super-controlli fiscali, uno studio pubblicato dal Sole 24 Ore ha compilato la classifica delle province italiane più a rischio-evasione, vale a dire proprio sul rapporto tra reddito ufficiale disponibile e benessere effettivo delle famiglie. Come in precedenti elaborazioni di questo tipo, i maggiori squilibri vengono dalle zone del Meridione, ma con minore stacco rispetto al Nord, che rimane tuttavia la fascia con maggiore fedeltà fiscale.